venerdì 18 gennaio 2013

Facebook e la pubblicità con i morti.

Dalla non brillante quotazione in borsa, Facebook ha cercato di incrementare il suo valore e la quota di mercato della pubblicità con metodi 'poco ortodossi'. 
Se un tempo il "like" ad una pagina ne implicava la ricezione automatica di tutti i post, ora è necessario seguire una procedura farraginosa per esser sicuri di non perdere nessun aggiornamento dei nostri idoli del social network.
A  questa discutibile pratica sono  stati soggetti  anche "guru" come George Takei (Sulu di Star Trrek) che ha protestato più volte.
Questo è fatto  nel tentativo di incentivare ed  incrementare le inserzioni pubblicitarie a pagamento. Tuttavia i rapporti pubblicitari che FB fornisce ai propri inserzionisti possono essere inficiati dal fatto che molte delle visualizzazioni di pagina sono effettuate ad insaputa e spesso a scapito degli utenti. Ci sono "like" a formazioni politiche che i nostri amici non apprezzano, catene di fast-food apprezzate da vegetariani e marche di SUV che fanno brillare gli occhi di molti ambientalisti.

Questo comportamento passa dal fastidioso al macabro quando ci si imbatte post e "like" di colleghi purtroppo defunti, come nel caso mostrato accanto. Si tratta probabilmente un'app cui sono stati i privilegi di postare autonomamente e periodicamente sulla bacheca (Più probabilmente i privilegi "se li è presi" autonomamente), in maniera da essere visualizzata senza comparire come messaggio sponsorizzato. .
Tuttavia proprio ieri, 17/1 l'indecenza è aumentata ulteriormente: come si vede nella foto sotto,  un "mi piace" viene - secondo FB - espresso dalla persona defunta (o forse era preesistente ma comunque non doveva comparire in bacheca), e con l'occasione viene aggiunto un post  correlato, sempre nella forma insidiosa si pubblicità - se non subliminale - senz'altro disonesta. Inoltre - per rendere meno tracciabile ed evidente la cosa al proprietario dell'account - questo "post correlato" non compare in bacheca.


Tutto questo anche ad insaputa dell'inserzionista, che probabilmente ritiene di aver avuto un certo numero di like grazie alla sua campagna pubblicitaria.
Questa attività risulta evidente in questi tristi casi, ma è un classico esempio di "punta dell'iceberg" di una malapratica denunciata più volte da altri blog.