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venerdì 21 dicembre 2012

Durante l'Apocalisse (10): Il crollo della civiltà maya

Illustrazione di Shun Iwasawa

Parte delle risposte all'enigma della sparizione della civiltà Maya viene dalle condizioni ambientali: con il raffinarsi delle tecniche di analisi geologica e paleobotanica è stato infatti possibile ricostruire il clima dello Yucatán negli ultimi millenni. Dall’analisi dei depositi e sedimenti lacustri e oceanici è stato possibile determinare che questa regione aveva goduto di ampie precipitazioni per almeno 5.000 anni, sino al VI secolo a.C., cui ha fatto seguito un periodo di relativa siccità tra il 475 e il 250 a.C. Il termine di questo periodo arido vide il fiorire della civiltà classica Maya, per quattro secoli, sino al II secolo d.C. Un nuovo periodo di aridità si registra tra il II e il III secolo, determinando un primo evento di rilievo: il crollo della civiltà di El Mirador nel bacino di Petén. Questo evento rimase circoscritto e non giunse a danneggiare le città più a Nord. Tuttavia, cinque secoli più tardi, nel 760 d.C., ebbe inizio la peggiore siccità – sia per durata che per intensità – mai abbattutasi sullo Yucatán nei precedenti 7.000 anni. Dopo un breve periodo di tregua, questa fu seguita da altre tre tra l’810 ed il 910 d.C., decretando la fine dei principali regni Maya. In qualche modo, una irregolare ciclicità era quindi implicita nel sistema socio-economico della zona, con fasi successive di durata facilmente ricordabile e trasmissibile a memoria d'uomo. Forse questo tipo di alternanza può aver ispirato il concetto di tempo ciclico proprio in quell'area.
Tra le cause del grave cambiamento climatico, una delle più probabili è quella legata all’attività solare: diversi studi sui sedimenti dei laghi dello Yucatán mostrano come i periodi aridi si siano ripetuti con una cadenza di circa due secoli. Questo andamento è stato correlato ad una periodicità di circa 206-208 anni del numero di macchie solari. Come verrà analizzato nel capitolo 3, il clima terrestre è influenzato dal numero di macchie solari a causa della differente quantità di luce e calore che proviene dalla nostra stella.
Certamente, però, le cause del crollo definitivo non furono esclusivamente climatiche. I Maya determinarono profondi danni all’ambiente deforestando ampie parti della giungla, erodendo ed impoverendone il terreno. La deforestazione era necessaria non solo per l'impiego diffuso del legname nelle costruzioni sacre e negli usi domestici, ma soprattutto per la necessità di creare continuamente nuove terre coltivabili quando quelle vecchie erano rese inutilizzabili dopo pochi anni di coltivazione intensiva del mais. I danni all'ecosistema si riversarono ben presto – come è avvenuto più volte – sulla tenuta del sistema sociale. Nella storia dei Maya la riduzione delle risorse alimentari disponibili ha causato un incremento delle guerre e dei conflitti accesi per assicurarsi le poche risorse residue. Inoltre tali guerre riguardavano un territorio tutto sommato ben limitato. Per le condizioni orografiche, per la mancanza di strade strutturate e di consistenti mezzi di trasporto, i Maya erano condizionati dall’impossibilità logistica di condurre campagne di ampio respiro portate su territori remoti. In queste condizioni anche il ricorso alla guerra non apportava benefici duraturi all'approvvigionamento delle risorse alimentari. È plausibile che questi fenomeni naturali abbiano scatenato la rivolta delle classi inferiori contro sacerdoti e sovrani dei vari Stati. Questi erano infatti colpevoli agli occhi del popolo di non aver saputo custodire e alimentare il patto con gli dei, della cui ira la siccità era evidente dimostrazione. A quel punto si determinava il dissolversi del sistema di governo e di difesa e l'irreparabile situazione, in una città-stato ormai maledetta dagli dei, non lasciava altro scampo se non l'emigrazione ai pochi che non erano morti di fame.

Avviso ai sopravvissuti: La sera del 21/12/2011 alle 21:12 italiane parteciperò al podcast in tempo reale sullo pseudo-Apocalisse  (google hangout) con gli amici di  scientificast.it

(10) continua.
I post sono basati sul libro Mai più Maya, scaricabile gratuitalmente a questo indirizzo

Post precedenti:

(4) Terence McKenna e la non-profezia
(2) L'ebook

giovedì 20 dicembre 2012

In attesa dell'Apocalisse (9): Il vero enigma dei Maya


File:Chichen-Itza-Castillo-Seen-From-East.JPG
Al termine del IX secolo d.C. ebbe inizio il declino della Civiltà Classica Maya. Vi furono violenti sommovimenti popolari e la popolazione si ridusse drasticamente abbandonando le città e disperdendosi in parte verso nord, in prossimità della costa atlantica. Nelle zone centro-meridionali della penisola dello Yucatán , dopo l’800 d.C. scomparve tra il 90 ed il 99% della popolazione, con i suoi re, e con tutto il bagaglio di organizzazione politica e sociale che l’aveva caratterizzata in precedenza. Si stima che nella regione del bacino di Petén – corrispondente al territorio dell’attuale Guatemala – vivessero tra 3 e 14 milioni di persone: di questi, dopo il disastro, ne sopravvissero appena 100 mila.
Gli agglomerati urbani che erano fioriti nella classicità furono lasciati in completo abbandono e quindi vennero ricoperti ben presto dalla vegetazione e inglobati dalla giungla; i Toltechi ed altri popoli conquistarono una parte del territorio maya ed il resto si frantumò in una miriade di città stato.
Il cuore dell’impero maya non vide più anima viva e, soprattutto, tale rimase anche quando – ben oltre la siccità – il terreno cominciò a rinverdirsi superando lo stress che aveva subito per la carenza di pioggia e per l'ipersfruttamento, segno evidente che non c'era più popolazione superstite né altra sopravvenuta interessata a strappare alla giungla l’antico territorio. Della localizzazione delle città e del loro splendore si perse, nel tempo, anche il ricordo.
La maggior parte delle conquiste scientifiche e tecnologiche andarono perse: la qualità dei manufatti e delle sculture successive realizzate nell’età definita “postclassica” mostra chiari segni di regresso. Tra le perdite vi fu anche l’uso del calendario di lungo computo, le sue connotazioni religiose, le sue finalità scientifiche, il suo impiego pratico. Così scompariva il segno tangibile del più grande traguardo scientifico ed astronomico raggiunto da questa civiltà.
Lo studio di date, calendari e sistemi di numerazione è quindi importante non tanto per farne derivare profezie ad uso nostro, ma per cercare di risalire alla causa della fine della loro cultura.
Perché e in che modo in quel periodo è sparita in pochi anni una popolazione di milioni di individui, socialmente ben strutturata, potente in armi, maestosa nei monumenti? Cosa è successo di così catastrofico da indurre all’abbandono completo di metropoli di varie centinaia di migliaia di abitanti? Perché le città non sono mai state riabitate, neppure da altre popolazioni con diverse culture? Una volta chiarite le cause, quale rilevanza culturale o implicazioni pratiche ciò assumerebbe per la nostra civiltà?
Il dibattito sulla fine della civiltà Maya è ancora aperto e da molti considerato uno dei più grandi enigmi dell’archeologia. Sono state avanzate varie ipotesi al riguardo: invasione di popoli stranieri, sovrasfruttamento del terreno, rivoluzione sociale delle classi inferiori, diffusione di epidemie… ma nessuna è conclusiva nello spiegare la rapidità del crollo della popolazione e l’abbandono delle città.

(9) continua

lunedì 17 dicembre 2012

In attesa dell'Apocalisse (7). Più vecchio dell'universo: la stele di Coba


Nei post precedenti abbiamo visto come i calendari maya fossero estremamente precisi anche su periodi molto lunghi. Basati su una notazione matematica  in base 20, assieme agli almanacchi erano in grado di prevedere i movimenti dei pianeti anche  vari secoli. Il 21 dicembre 2012 avrà dunque  inizio il tredicesimo baktun, una data che secondo alcuni  corrisponderebbe alla durata dell'era precendente (ora siamo nella quarta era della cosmogonia maya)
Tuttavia, per quanto innaturale sia questa forzatura per adattare concetti di una diversa civiltà sulla nostra, anche l'idea che le date avessero appena cinque componenti è errata e riduttiva nei confronti del loro pensiero. Il lungo computo non si fermava infatti con cinque cifre, con i baktun. Molte stele Maya riportano glifi per ben nove cicli: la cifra significativa più grande in questa rappresentazione è l’alautun (ma questo è solo un nome convenzionale attribuito dagli archeologi, dato che la pronuncia esatta è ignota). Un alautun corrispondeva a 160 mila baktun ed aveva la durata di 64 milioni di anni ufficiali[i]; a Quiriguà si trova un’iscrizione che fa riferimento agli ultimi 5 alautun, più di trecento milioni di anni fa.
Ma è la stele di Coba a fornirci un riferimento esatto secondo la mitologia maya. Essa riporta la durata completa dell’era precedente l’attuale: sulla pietra è inciso questo immenso numero:
13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.0.0.0.0
La durata dell'era passata secondo la stele di Coba. La data di lungo computo di 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 0 . 0 . 0 . 0 corrisponde a 28 miliardi di miliardi di miliardi di anni, enormemente antecedente alla nascita dell'Universo
Procedendo da destra a sinistra ciascuna cifra rappresenta un valore 20 volte superiore a quello precedente, la data rappresentata sulla stele di Coba corrisponde quindi a circa 28 miliardi di miliardi di miliardi di anni. Il che ci dice che manca ancora qualche eone per il compiersi dell’era corrente e l’eventuale verificarsi della profezia.
Se si tiene presente che secondo la nostra scienza attuale l’universo ha non più di 15 miliardi di anni – dato peraltro allora sconosciuto – la fantastica data concepita dai Maya testimonia la loro audacia culturale nel concepire un riferimento tanto remoto nel tempo. Al tempo stesso evidenzia che si tratta di una cifra dal denso valore simbolico, arricchito di connotazioni religiose e mistiche, facendoci comprendere il senso infinito e indefinito del tempo con cui le popolazioni dello Yucatán erano abituate a convivere, ben lontano dal diretto significato numerico che noi oggi attribuiamo alle cifre nella aritmetica posizionale.
I quattro zeri e l'unico tredici riportati sulla stele di Tortuguero 6 e nei documenti successivi non sono quindi altro che la parte finale dell'intera datazione di Coda: vale a dire una notazione breve - adottata solo per motivi di semplicità e di spazio – di una data che nel tempo aveva assunto valore sacrale, scardinando l'assolutezza della fine del mondo nel 2012 (o di qualunque altra data) secondo le ballate dei moderni cantori dell'apocalisse.






[i]Nel lungo computo abbiamo: kin=1 giorno, uinal=1 mese di 20 giorni, tun=1 anno di 18 mesi (360 giorni), katun=20 anni di 360 giorni,baktun=400 anni, pictun=8000 anni, calabtun=160000 anni, kinchiltun=3,2 milioni di anni, alautun=64 milioni di anni corrispondenti a 23,04 miliardi di giorni.

lunedì 22 ottobre 2012

In attesa dell'Apocalisse (1): La matematica Maya

Questo è il primo di una serie di post sui Maya e la loro cosiddetta profezia, secondo la quale il mondo dovrebbe finire a causa di una catastrofe cosmica il 21 dicembre del 2012. A costo di rovinare il finale è possibile affermare che la profezia è una completa sciocchezza: tuttavia, la storia dei Maya racchiude ancora molti misteri non solo archeologici ed è ricca di vicende di rilevanza cruciale per il mondo di oggi. Dare ascolto alle ‘profezie’ ed a cataclismi presunti non fa altro che distogliere l’attenzione dai reali eventi catastrofici che hanno caratterizzato la complessa storia di questo popolo e che possono riproporsi – con le dovute analogie e specificità - su scala mondiale anche al giorno d’oggi. Questo antico popolo è stato infatti soggetto alla maggior parte di quegli stessi eventi catastrofici che minacciano  su scala planetaria – realmente o nell’immaginario collettivo - la nostra civiltà. 

I post sono basati sul libro Mai più Maya, disponibile  onlineda ebrooks.it, dove è possibile scaricarlo liberamente a questo indirizzo

L'aritmetica dei Maya

I Maya misero a punto una matematica estremamente avanzata ed efficiente, fondamentale per i loro successi nei calcoli astronomici. L'impostazione era in base 20 (il numero delle dita delle mani e dei piedi) con simboli che vanno da 0 a 19. Quella occidentale, come è noto, è in base 10 (il numero di dita delle mani) e, originariamente, non conosceva lo zero. Con lo zero è molto più semplice effettuare addizioni e sottrazioni di quanto non fosse possibile con la notazione greca e romana.
I numeri da 0 a 19 secondo la rappresentazione dei Maya.
I glifi potevano essere scritti anche in verticale e sostituiti
da rappresentazioni più complesse nelle stele e documenti più elaborati.
I Maya utilizzavano tre simboli: lo zero (un cerchietto), l’unità (un pallino) e il cinque (un trattino), a comporre una figura unica per ciascuna cifra da 0 a 19. I caratteri possono essere scritti sia in verticale che in orizzontale.
Nella nostra numerazione, anch'essa indiana ma tramandataci dagli Arabi, è la posizione della cifra a decretarne l'importanza: ogni volta che ci si sposta a sinistra, lo stesso simbolo va moltiplicato per dieci. Quindi la prima cifra indica unità, la seconda decine, la terza centinaia e così via per le potenze di dieci.
Se nella nostra notazione la posizione di una cifra a sinistra incrementa il valore di 10 volte rispetto a quella sita alla sua destra, nel caso dei Maya l'incremento è di 20: perciò 14.7 corrisponde a 14*20+7=287, e 4.9.6 corrisponde al nostro 1.786, perché 4*20*20=1600 e 9*20=180, quindi 1600+180+6 = 1.786. Nelle stele ed iscrizioni ufficiali i numeri potevano essere rappresentati anche da glifi più elaborati e complessi, di solito nelle due varianti a figura completa e sola testa. Nelle iscrizioni più formali i glifi con i numeri da 1 a 19 erano affiancati da quelli dell’esponente, con glifi che rappresentavano il valore di 1, 20, 400, 8.000 e così via sino a 2021ed oltre.

L’importanza dello zero 

Il concetto dello zero era sconosciuto a greci e romani, ed è stato introdotto in Europa nel XII secolo, proveniente dagli indiani e portato in Occidente dagli Arabi.
Lo zero consente di adottare una notazione numerica posizionale, come quella utilizzata ai giorni nostri ed è di cruciale importanza per lo sviluppo della matematica superiore. In questa maniera non solo addizioni e sottrazioni, ma anche moltiplicazioni e divisioni risultano relativamente semplici: per moltiplicare per venti nel sistema Maya basta infatti “aggiungere uno zero”, ossia spostare le cifre a sinistra di una posizione. Analogamente, per effettuare divisioni, è sufficiente spostarsi verso destra, operazione possibile anche per i numeri frazionari dopo la virgola.
Lo zero è presente in molte rappresentazioni numeriche dei popoli del Centro America, ma non è chiaro chi abbia introdotto per primo questo importante concetto. La stele più antica che utilizza questa notazione riporta una data corrispondente al 32 a.C. secondo il calendario di lungo computo per cui l’invenzione dello zero deve essere precedente al manufatto. Questo si trova in territorio olmeco, ma questo popolo si era già estinto nel IV secolo a.C., per cui – in assenza di ulteriori ritrovamenti – non è possibile far luce neanche su quest’altro mistero.
 I numeri da 0 a 19 in una delle molteplici rappresentazioni pittoriche.
(elaborato da 
Cyrus, T., Maya Calendar Systems,  Washington, 1904)
La notazione utilizzata nei calendari maya era però leggermente diversa da quella descritta sopra e non completamente posizionale: la terza cifra non aveva un valore di 400 (20*20), come sarebbe logico attendersi, ma quello di 360. Questa scelta era probabilmente legata alla durata dell’anno solare, più vicino, con i suoi 365 giorni, a questo valore. L’uso di questa notazione era evidentemente studiato per facilitare i calcoli astronomici, sottolineando l'importanza di questa scelta. D'altro canto, però, avrebbe reso impossibile effettuare moltiplicazioni e divisioni nella pratica quotidiana. Si pensi inoltre che numericamente parlando si contava da 0 a 399 per ripartire da 360, con i numeri da 360 a 399 indicabili in due modi diversi. È comunque ragionevole che numeri superiori a 400 fossero poco frequenti ma non assenti nella quotidianità non solo dei Maya, ma anche degli altri popoli del periodo. È quindi possibile che anche per i sistemi di numerazione esistessero più versioni, per esempio una civile e l'altra astronomico/religiosa.
E' plausibile che una notazione completamente posizionale, con il 400 al posto giusto, fosse utilizzata nella vita di tutti i giorni e nel commercio. Ad esempio gli Aztechi – per rendere più agevoli i calcoli di ogni giorno – oltre alla notazione del calendario ricorrevano ad una serie di glifi per numerare ed indicare 20 o 400 esemplari di una data merce. Purtroppo i resti archeologici maya ci forniscono informazioni esclusivamente su date astronomiche o storiche e non sulla vita di tutti i giorni. Pertanto è ancora incerto l’uso che i Maya facevano della matematica al di fuori dei templi e dei palazzi reali: data l’importanza delle date e degli eventi astronomici per formulare gli auspici e la sorte nella vita di tutti i giorni, è plausibile ritenere che le notazioni e le basi matematiche fossero note e praticate nell'uso comune. Ai sacerdoti restava l'appannaggio dei calcoli più complessi del calendario, del calcolo delle date di solstizi ed equinozi e soprattutto dei giorni fausti ed infausti. Agli occhi dei monarchi e della popolazione, questo giustificava il loro ruolo, la loro autorevolezza e la loro sopravvivenza. Così fu, sino al crollo dell’era classica, che è stata la vera fine del mondo dei Maya.

1. Continua

I post sono basati sul libro Mai più Maya, scaricabile gratuitalmente a questo indirizzo

venerdì 19 ottobre 2012

La lunga coda (2): Distanza Terra-Spazio, Bomba e produzione di antimateria.


Questo è il secondo post che si ispira alle parole chiave con cui si viene indirizzati a questo blog: tra i termini più frequentemente richiesti compaiono: 


1) Distanza Terra - Spazio
2) Bomba antimateria
3) Produzione di antimateria 
4)  Disinformazione 2012

Distanza Terra dallo spazio. La domanda è molto più complessa di quanto potrebbe sembrare, perchè si presta a varie interpretazioni: La prima risposta più ovvia è che la terra vaga nello spazio e quindi la sua distanza da esso è la stessa di quella di una nave nel mare, cioè zero. Tuttavia se si prende come punto di riferimento il centro della terra, allora esso dista dallo spazio il raggio terrestre, ossia 6380 km circa. Se invece consideriamo la distanza del suolo terrestre dallo spazio, la distanza è 80 km, quella sopra cui si può essere chiamati astronauti (questo vale anche per i voli suborbitali della Spaceship one ma non per i voli su pallone ed il recente salto da 40 km di  Felix Baumgartner. Considerando la distanza della Terra dal Sole, questa è circa 149 milioni di km, o circa un centesimo del raggio solare. Definita questa come una Unità Astronomica (UA o AU all'inglese) possiamo avere un'idea delle dimensioni de sistema solare ricordando che Marte è a 1.5 UA, Giove a 2.5  e Plutone a 39 UA.  La distanza della Terra e del sistema solare dal centro galattico è poi di 27,000 anni luce, una sana periferia che ci pone al riparo da buchi neri,  radiazioni ed altri corpi celesti che infestano il centro della galassia e lo rendono probabilmente inabitabile. 

ADA (58 Kb)
ADA, il primo strumento in cui
ha avuto luogo una collisione artificiale
materia-antimateria (foto INFN-LNF)
Produzione e bomba  di antimateria. La produzione di antimateria (soprattutto antiprotoni, ossia protoni negativi) e positroni (ossia elettroni positivi)  avviene in molti  acceleratori di particelle del mondo. Vale la pena di ricordare che la prima collisione materia-antimateria del mondo, antesignana dei fantascientifici motori dell'Enterprise ha avuto luogo presso i laboratori dell'INFN di Frascati. Si trattava di ADA (Anello di Accumulazione),  un gioiello ideato da Bruno Touschek, geniale scienziato viennese miracolosamente sopravvissuto alla furia delle SS. Dentro ADA correvano, in verso opposto, fasci di elettroni e positroni in una traiettoria circolare con una curvatura di 65 cm.  Ad ADA seguirono Adone e  Daphne, quest'ultimo ancora oggi funzionante. ADA, il prototipo di tutti gli acceleratori a collisione e forse un giorno dei motori delle astronavi  è ancora visibile in una teca sotto vetro nel giardino dei Laboratori.

Recentemente un esperimento in cui sono coinvolto, PAMELA, ha anche scoperto una fascia di antimateria intorno alla Terra. Putroppo le quantità di antimateria sono troppo piccole per sfruttarle come forma di energia e meno che mai per realizzare una bomba (senza contare che i metodi di confinamento per una bomba di antimateria sono ben oltre le nostre possibilità tecniche ed energetiche). 

Disinformazione 2012. Anche in questo caso le interpretazioni sono molteplici, ma quella più probabile si riferisce alla cosiddetta fine del mondo "predetta" dai Maya per il 21 Dicembre 2012. Ovviamente non ci sarà nessun cataclisma cosmico o terrestre per quella o altre date in relazione con il calendario Maya, che pure rappresenta forse il più grande risultato raggiunto da quella splendida civiltà. Tuttavia l'argomento verrà trattato in dettaglio nei prossimi giorni in quanto di rilevanza fondamentale per la nostra civiltà, anche se per motivi diversi da quelli millantati dalle pseudo-profezie (nonchè uno degli argomenti di un e-libro di prossima uscita).
I glifi che rappresentano i numeri maya