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venerdì 28 dicembre 2012

Passato l'Apocalisse (11): Civiltà e cultura Maya

Piramide di Kukulcán  a Chichén_Itzá (foto MC)

La civiltà Maya si sviluppò in America Centrale, nello Yucatán, a partire dal 2000 a.C. Lo Yucatán è una penisola compresa nella fascia tropicale, della lunghezza di 900 km e sita a 1000 km a nord dell’equatore. Ha la forma di un corno che punta verso l’Europa: il nord, ora territorio messicano, è pianeggiante; la regione meridionale - che comprende gli altipiani del Guatemala e si estende sino al Salvador - è montagnosa. Il clima è tipico della foresta pluviale stagionale: piove da maggio ad ottobre e poi da gennaio ad aprile. Andando verso sud le precipitazioni annue crescono da 45 cm a 250 cm ed il terreno diventa più produttivo. Tuttavia le zone meridionali, seppur con maggiori precipitazioni, sono quelle più soggette a siccità. Questo perché il livello del terreno decresce verso nord, per cui i cenote, i pozzi cui i Maya attingevano per rifornirsi d’acqua, si moltiplicano man mano che ci si sposta verso il golfo del Messico: l’intero Yucatán è infatti sospeso sopra una immensa falda acquifera sotterranea.
I Maya furono una delle civiltà mesoamericane più tarde, il che permise loro di adottare ed adattare molte delle scoperte delle popolazioni vicine. La costruzione di villaggi strutturati iniziò attorno al 1500 a.C., mentre la transizione alle città avvenne circa un millennio dopo, solo nel 500 a.C.. I frequenti scambi con i loro più vetusti e progrediti vicini fecero conoscere ai Maya tecniche avanzate di architettura e nozioni di astronomia: favorì inoltre l’introduzione della scrittura che nel Centro-America era apparsa per prima tra gli Zapotechi, nel 600 a.C.. Oltre che dalle civiltà che la precedettero e l’hanno accompagnata, come quella degli Olmechi (dal 250 al 900 d.C.), i Maya restarono in costante contatto con almeno altre tre culture loro vicine: quella di Totihuacán a ventotto miglia a nord-est da Città del Messico, quella degli Zapotechi, nell’Oaxaca con Monte Albán, quale loro principale città, e quella centro-settentrionale di Veracruz.
Le città non erano costruite in prossimità dei fiumi, come accadeva nell’Eurasia, ma su promontori particolarmente vicini alla falda d’acqua. Per facilitare l’approvvigionamento idrico, i Maya ne alterarono la struttura idrografica, accentuando le depressioni carsiche e creando immensi depositi d’acqua sulle sommità fortificate, in grado di soddisfare i fabbisogni idrici di città di decine di migliaia di abitanti per più di un anno. Ad esempio, nella città di Coba, furono costruite dighe intorno a un lago in maniera da innalzarne il livello ed aumentare la quantità d’acqua disponibile.
Anche l’alimentazione era simile a quella dei vicini, dominata dal mais, povera di carne, con coltivazioni fortemente dipendenti dal clima e dalla facilità dell’irrigazione.
Analizzando gli scheletri dei defunti è stato infatti possibile determinare come più di due terzi dell’alimentazione dei Maya provenisse dal consumo di mais e quindi quanto fosse carente di proteine. La dieta era povera di carne: gli unici animali domestici erano cani, polli e tacchini, con pochi contributi di pesce e di fauna selvaggia. Il mais, selezionato nel corso di millenni di coltivazioni, costituiva l’alimento essenziale della dieta di tutti i maya, indipendentemente dal loro stato sociale. Oltre al granturco le colture principali erano i fagioli, le angurie e le patate dolci. A queste, sul versante del Pacifico, si aggiungeva il cacao. Grano e fagioli furono introdotti nel Centro-America verso il 3000 a.C., ma avevano una rendita nella coltivazione più bassa del mais.
Si ritiene che i Maya coltivassero a debbio, ossia bruciassero un tratto di foresta per coltivare il mais nella zona disboscata sfruttando i fosfati ed i minerali provenienti dalla cenere. Non avendo una tecnica di rotazione delle colture, il mais poteva crescere sul terreno per due anni al massimo. Poi il terreno doveva restare a maggese, incolto per parecchi anni prima di riprendersi.



11) continua.
I post sono basati sul libro Mai più Maya, scaricabile gratuitalmente a questo indirizzo

Post precedenti:

(4) Terence McKenna e la non-profezia
(2) L'ebook


giovedì 20 dicembre 2012

In attesa dell'Apocalisse (9): Il vero enigma dei Maya


File:Chichen-Itza-Castillo-Seen-From-East.JPG
Al termine del IX secolo d.C. ebbe inizio il declino della Civiltà Classica Maya. Vi furono violenti sommovimenti popolari e la popolazione si ridusse drasticamente abbandonando le città e disperdendosi in parte verso nord, in prossimità della costa atlantica. Nelle zone centro-meridionali della penisola dello Yucatán , dopo l’800 d.C. scomparve tra il 90 ed il 99% della popolazione, con i suoi re, e con tutto il bagaglio di organizzazione politica e sociale che l’aveva caratterizzata in precedenza. Si stima che nella regione del bacino di Petén – corrispondente al territorio dell’attuale Guatemala – vivessero tra 3 e 14 milioni di persone: di questi, dopo il disastro, ne sopravvissero appena 100 mila.
Gli agglomerati urbani che erano fioriti nella classicità furono lasciati in completo abbandono e quindi vennero ricoperti ben presto dalla vegetazione e inglobati dalla giungla; i Toltechi ed altri popoli conquistarono una parte del territorio maya ed il resto si frantumò in una miriade di città stato.
Il cuore dell’impero maya non vide più anima viva e, soprattutto, tale rimase anche quando – ben oltre la siccità – il terreno cominciò a rinverdirsi superando lo stress che aveva subito per la carenza di pioggia e per l'ipersfruttamento, segno evidente che non c'era più popolazione superstite né altra sopravvenuta interessata a strappare alla giungla l’antico territorio. Della localizzazione delle città e del loro splendore si perse, nel tempo, anche il ricordo.
La maggior parte delle conquiste scientifiche e tecnologiche andarono perse: la qualità dei manufatti e delle sculture successive realizzate nell’età definita “postclassica” mostra chiari segni di regresso. Tra le perdite vi fu anche l’uso del calendario di lungo computo, le sue connotazioni religiose, le sue finalità scientifiche, il suo impiego pratico. Così scompariva il segno tangibile del più grande traguardo scientifico ed astronomico raggiunto da questa civiltà.
Lo studio di date, calendari e sistemi di numerazione è quindi importante non tanto per farne derivare profezie ad uso nostro, ma per cercare di risalire alla causa della fine della loro cultura.
Perché e in che modo in quel periodo è sparita in pochi anni una popolazione di milioni di individui, socialmente ben strutturata, potente in armi, maestosa nei monumenti? Cosa è successo di così catastrofico da indurre all’abbandono completo di metropoli di varie centinaia di migliaia di abitanti? Perché le città non sono mai state riabitate, neppure da altre popolazioni con diverse culture? Una volta chiarite le cause, quale rilevanza culturale o implicazioni pratiche ciò assumerebbe per la nostra civiltà?
Il dibattito sulla fine della civiltà Maya è ancora aperto e da molti considerato uno dei più grandi enigmi dell’archeologia. Sono state avanzate varie ipotesi al riguardo: invasione di popoli stranieri, sovrasfruttamento del terreno, rivoluzione sociale delle classi inferiori, diffusione di epidemie… ma nessuna è conclusiva nello spiegare la rapidità del crollo della popolazione e l’abbandono delle città.

(9) continua

martedì 18 dicembre 2012

In attesa dell'Apocalisse (8): Maya e Millennium Bug

Pagina del Codice di Dresda
 (da wikipedia)

Nel post precedente abbiamo visto come la terza era della cosmogonia Maya avesse avuto una durata infinitamente superiore a quella del 13 baktun (o circa 5000 anni) che si trova riportata in giro: la stele di Coba riporta una data immensamente più grande degli anni trascorsi dall'inizio del Big Bang.  
Un troncamento simile è stato adottato dai computer nel ventesimo secolo: per risparmiare memoria al tempo preziosa, la datazione dell'anno veniva abbreviata limitandone il campo alle ultime due cifre significative (01/01/70 invece di 01/01/1970; 31/12/99 invece di 31/12/1999). Il che ha fatto la fortuna di altri profeti di sventura che ipotizzavano allora l’apocalisse informatica, a causa del millennium bug, versione aggiornata del “mille e non più mille” profetizzato erroneamente anche nel medioevo. Così come il primo gennaio 2000 non ha segnato la fine del mondo, nella società maya il 21 dicembre 2012 marca semplicemente la conclusione del ciclo relativo al 12° baktun  e l’occasione di grandi festeggiamenti.
La "fine del mondo" del 2000 era collegata soprattutto a caratteristiche tipiche sistemi Microsoft; analoghi problemi su sistemi unix attribuiscono la fine del mondo informatico all'anno 2038. 
Del resto l’uso della notazione del calendario estesa e quella accorciata a cinque cifre ricorda quello degli indirizzi su internet. Al momento ciascun computer è accessibile tramite un indirizzo a 32 bit raggruppati in 4 blocchi che vanno da 0 a 255, ad esempio: 192.0.43.10. Una tabella mette poi in corrispondenza il numero con un nome: 192.0.43.10 corrisponde a www.example.com.
 Potendo indirizzare un massimo di 4 miliardi di computer, questa rete è ormai satura e richiede da tempo la transizione ad un indirizzamento con un numero maggiora di blocchi (a 128 bit, da IPv4 a IPv6).
L’uso della notazione calendariale estesa, con il numero 13 ripetuto per 20 volte, si trova utilizzata sia in parecchie altre iscrizioni che nel codice di Dresda, in cui sono anche narrati eventi mitologici avvenuti 34000 anni prima dell’ultima creazione.
      Il contesto delle iscrizioni e dei testi induce quindi a ritenere che il corretto punto di riferimento usato nel lungo computo fosse simbolico, e formalmente situato svariati miliardi di anni prima del 3114 a.C. Inoltre il numero 13 corrisponde infatti ad un may, un periodo che riveste una particolare importanza mistico-religiosa nella simbologia Maya. In questo caso esso aveva probabilmente un significato speciale: un analogo Maya del nostro concetto di infinito.

(8) continua
I post sono basati sul libro Mai più Maya, scaricabile gratuitalmente a questo indirizzo

lunedì 17 dicembre 2012

In attesa dell'Apocalisse (7). Più vecchio dell'universo: la stele di Coba


Nei post precedenti abbiamo visto come i calendari maya fossero estremamente precisi anche su periodi molto lunghi. Basati su una notazione matematica  in base 20, assieme agli almanacchi erano in grado di prevedere i movimenti dei pianeti anche  vari secoli. Il 21 dicembre 2012 avrà dunque  inizio il tredicesimo baktun, una data che secondo alcuni  corrisponderebbe alla durata dell'era precendente (ora siamo nella quarta era della cosmogonia maya)
Tuttavia, per quanto innaturale sia questa forzatura per adattare concetti di una diversa civiltà sulla nostra, anche l'idea che le date avessero appena cinque componenti è errata e riduttiva nei confronti del loro pensiero. Il lungo computo non si fermava infatti con cinque cifre, con i baktun. Molte stele Maya riportano glifi per ben nove cicli: la cifra significativa più grande in questa rappresentazione è l’alautun (ma questo è solo un nome convenzionale attribuito dagli archeologi, dato che la pronuncia esatta è ignota). Un alautun corrispondeva a 160 mila baktun ed aveva la durata di 64 milioni di anni ufficiali[i]; a Quiriguà si trova un’iscrizione che fa riferimento agli ultimi 5 alautun, più di trecento milioni di anni fa.
Ma è la stele di Coba a fornirci un riferimento esatto secondo la mitologia maya. Essa riporta la durata completa dell’era precedente l’attuale: sulla pietra è inciso questo immenso numero:
13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.13.0.0.0.0
La durata dell'era passata secondo la stele di Coba. La data di lungo computo di 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 13 . 0 . 0 . 0 . 0 corrisponde a 28 miliardi di miliardi di miliardi di anni, enormemente antecedente alla nascita dell'Universo
Procedendo da destra a sinistra ciascuna cifra rappresenta un valore 20 volte superiore a quello precedente, la data rappresentata sulla stele di Coba corrisponde quindi a circa 28 miliardi di miliardi di miliardi di anni. Il che ci dice che manca ancora qualche eone per il compiersi dell’era corrente e l’eventuale verificarsi della profezia.
Se si tiene presente che secondo la nostra scienza attuale l’universo ha non più di 15 miliardi di anni – dato peraltro allora sconosciuto – la fantastica data concepita dai Maya testimonia la loro audacia culturale nel concepire un riferimento tanto remoto nel tempo. Al tempo stesso evidenzia che si tratta di una cifra dal denso valore simbolico, arricchito di connotazioni religiose e mistiche, facendoci comprendere il senso infinito e indefinito del tempo con cui le popolazioni dello Yucatán erano abituate a convivere, ben lontano dal diretto significato numerico che noi oggi attribuiamo alle cifre nella aritmetica posizionale.
I quattro zeri e l'unico tredici riportati sulla stele di Tortuguero 6 e nei documenti successivi non sono quindi altro che la parte finale dell'intera datazione di Coda: vale a dire una notazione breve - adottata solo per motivi di semplicità e di spazio – di una data che nel tempo aveva assunto valore sacrale, scardinando l'assolutezza della fine del mondo nel 2012 (o di qualunque altra data) secondo le ballate dei moderni cantori dell'apocalisse.






[i]Nel lungo computo abbiamo: kin=1 giorno, uinal=1 mese di 20 giorni, tun=1 anno di 18 mesi (360 giorni), katun=20 anni di 360 giorni,baktun=400 anni, pictun=8000 anni, calabtun=160000 anni, kinchiltun=3,2 milioni di anni, alautun=64 milioni di anni corrispondenti a 23,04 miliardi di giorni.

giovedì 13 dicembre 2012

In attesa dell'Apocalisse (6): Il tredicesimo Baktun dei Maya ed il loro inizio senza fine.

Disegno di Shun Iwasawa

Una stele a Quirigá porta dei computi impeccabili che si spingono indietro di oltre novanta milioni di anni. In un’altra, sempre a Quirigá, il computo si spinge a 400 milioni di anni. Si tratta di conteggi relativi alle posizioni astronomiche di giorno in giorno e di mese in mese, e come sistema si avvicinano ai nostri calendari perpetui

J. E. Thompson, La civiltà Maya, 1970

La parte saliente della cosiddetta fine del mondo secondo i Maya dipende dalla fine del computo del tempo secondo il più complesso dei loro calendari. Ma se in un sistema di calcolo c'è una fine ragionevole, anche l'inizio deve esistere ed essere altrettanto ragionevole. Nello specifico, l'inizio c'è: è il 3114 a.C., almeno ad un’analisi superficiale.
L’inizio del calendario di lungo computo avrebbe dunque la data 0.0.0.0.0 maya e corrisponderebbe al  3114 a.C.. Questo valore rappresenta però una data fittizia, una pre-datazione convenzionale riferentesi a quando i Maya vivevano ancora nella preistoria. Tutte le vicende di questo popolo hanno infatti luogo nei baktun 8, 9 e 10, dunque tra 3.200 e 4.000 anni dall’inizio del calendario. Sono questi i valori che si ritrovano nei codici e nelle stele superstiti: infatti la data più vecchia di lungo computo, rinvenuta su un monumento nell’area Maya, risale al 197 d.C.; al di fuori della zona di influenza specifica Maya si arriva al 36 a.C. La data dell’11 agosto 3114 a.C. risulta dunque retrodatata in corrispondenza ad un qualche evento della mitologia o delle leggende Maya.
La ragionevolezza della scansione temporale dei Maya sta nella sua ciclicità. Anche nel calcolo più lungo, dopo il numero più grande torna l'anno zero e via così.
Il concetto ciclico che i Maya avevano del tempo, da alcuni anni, viene però forzato per ricavarne interpretazioni apocalittiche applicabili ai giorni nostri. La tesi è che – secondo i Maya – la fine del mondo sarebbe giunta dopo un numero di giorni pari a quello della durata della scorsa era, la terza. Questa durata è riportata su più stele: il suo ultimo giorno porta la data convenzionale di 13.0.0.0.0, 4° Ajaw 3 Kankin, corrispondente al già citato 12 agosto 3114 a.C.. Nel giorno successivo ebbe inizio la quarta (ed attuale) era, con data 0.0.0.0.0.
Ora, secondo i profeti nostrani, quando anche questa era fosse giunta alla data 13.0.0.0.0, il mondo avrebbe avuto termine per un qualche non specificato cataclisma. Ma, al di là della consistenza della profezia e dell'esattezza delle ricostruzioni, l'attribuzione della fine del mondo al 13.0.0.0.0 è corretta?
In realtà l'idea che le date dei calendari maya avessero appena cinque componenti è errata e riduttiva  del loro pensiero. Il lungo computo non si fermava infatti con cinque cifre, con i baktun, ma andava molto oltre:  quanto oltre sarà oggetto del prossimo post. 

(6) continua



mercoledì 5 dicembre 2012

In attesa dell'Apocalisse (5): Gli strabilianti calendari dei Maya

La durata dell’era passata secondo la stele C di Quirigá
(qui è riportata parte superiore del  lato est).
13.0.0.0.0 corrisponde a 394 ½ * 13= 5129 anni
In basso a destra sono riportati anche
i glifi corrispondenti ad alcuni numeri
Ai Maya il futuro interessava meno del passato e ciò con ogni probabilità a causa della loro convinzione che la storia si ripete, che ricomincia daccapo appena le influenze divine si ricompongono nell’equilibrio di partenza.

J. E. Thompson, La civiltà Maya, 1970

È assolutamente sconcertante, per la nostra mentalità, la concezione  del tempo che i Maya vivevano quotidianamente. Rispetto alle nostra visione lineare, che divide e classifica passato, presente e futuro, la loro idea era talmente confusa da apparire per noi impossibile. Per questo popolo, infatti, la base di tutto era la ciclicità degli eventi.

A rappresentare graficamente questa ripetitività, che noi definiremmo meccanica, nei libri moderni trovano vengono spesso usate complesse illustrazioni di ruote dentate che si incastrano tra loro, ruotando al passare dei giorni. Tuttavia questi schemi non sono propri della cultura Maya e soprattutto non corrispondono all’immagine mentale che essi avevano del tempo. Calendari e almanacchi costituiscono però una utile chiave per comprendere la concezione che i Maya avevano del tempo e sono molto utili per penetrare nel loro modo di rapportarsi ad esso. 

I Maya utilizzavano contemporaneamente vari calendari: lo Tzolkin, anno religioso o rituale (260 giorni), l’Haab, anno solare (365 giorni), e l’anno ufficiale o lungo computo (365 giorni).


L’anno religioso aveva – come si è accennato - una durata di 260 giorni, ripartiti in 20 mesi di 13 giorni ciascuno. Ad ogni giorno corrispondeva un numero (da 1 a 13) e un nome. I nomi dei giorni erano però venti per cui lo stesso numero e nome del giorno si ripresentava solo ogni 260 giorni. Vi sono varie ipotesi, nessuna decisiva sul motivo dell’adozione dell’anno di 260 giorni, ad esempio che fosse un numero riducibile in cicli di 20 e 13 giorni, altro numero particolarmente sacro ai Maya.

L’anno solare era diviso in diciotto mesi (uinal) della durata di venti giorni (kin) numerati da zero a 19: per raggiungere i 365 giorni dell’anno solare venivano aggiunti cinque giorni (uayeb), senza nome e soprattutto senza nume tutelare, per cui erano considerati estremamente nefasti. In quei giorni i Maya evitavano di intraprendere qualunque impresa, persino di uscire di casa, e consideravano particolarmente sfortunato chi nasceva in quel periodo.
I due calendari scorrevano indipendentemente l’uno dall’altro, con i giorni identificabili secondo l'una o l’altra numerazione. Ma ogni 18.980 giorni (52 anni solari) i due calendari tornavano a combaciare e la sequenza dei giorni si ripeteva, tra lunghe e sfarzose celebrazioni che coinvolgevano tutta la popolazione.

Il lungo computo era il calendario più complesso, il risultato di secoli di studi matematici ed astronomici dei Maya dell’Era Classica, al picco della loro civiltà. Un ciclo annuale (tun) di lungo computo comprendeva i 360 giorni dell'anno solare già menzionato. Vi erano poi 20 cicli (baktun) ciascuno di 20 anni (katun) per un totale di 400 anni maya (146.000 giorni) per ciascun baktun. Per identificare una data rispetto alla più recente ri-creazione del mondo i Maya utilizzavano quindi di solito 5 cifre significative. L’inizio del 12° baktun è quindi indicato dal valore di  12.0.0.0.0 (12 baktun, 0 katun, 0 tun, 0 winal, 0 kin) e corrisponde  al 20 settembre 1618).Nella numerazione dei giorni del calendario di lungo computo, i quattro codici superstiti riportano in inchiostro rosso le date assolute, calcolate rispetto al giorno zero. In inchiostro nero sono invece annotati gli intervalli di tempo trascorsi rispetto a una data più recente di riferimento come l’incoronazione di un re o la fondazione di una città.

Il giorno zero del calendario di lungo computo corrisponde quindi al nostro 12 agosto 3114 a.C. del Calendario Gregoriano. Questa datazione è stata fatta correlando le date del calendario europeo con quelle Maya, ma non è ancora stato raggiunto un completo consenso tra gli studiosi. Vi sono alcune stime che spostano questa data di qualche giorno ed altre che la rinviano di qualche anno. Ciò è anche dovuto ai vari e spesso discrepanti calendari usati dalle nazioni Maya del periodo post-classico.

Alla base della non-profezia, vi è la conclusione del 12° baktun del calendario di lungo computo e l'inizio del 13°, prevista per il prossimo 21 dicembre, argomento del prossimo post. 

(5) continua

giovedì 22 novembre 2012

In Attesa dell'Apocalisse (4): Terence McKenna e l'origine dalla (non)profezia dei Maya

Diagramma di un eclisse di sole
dal Chilám Balám of Chumayel
(dopo  la conquista spagnola)

Le profezie maya possono essere raggruppate in quattro classi: giornaliere, annuali,del katun e speciali, come il ritorno di Kukulcan. La profezia giornaliera è più correttamente una prognosi, compito dell’ah-kinyah, o divinatore piuttosto che del chilám. Ciascuno dei 260 giorni del tzolkin è fortunato o sfortunato…
Come il commentatore maya afferma nel Chilám Balám di Chumayel, [le profezie del katun] sono essenzialmente di carattere storico. Questo perché qualunque cosa è avvenuta in un dato katun si ripeterà nel futuro durante il katun dello stesso nome, approssimativamente ogni 256 anni.

R. Roys, (trad.) Il libro di Chilám Balám of Chumayel, 1933

La pubblicistica parascientifica e la televisione di effetto hanno fatto rimbalzare da tempo la predizione della fine del mondo in corrispondenza del 21 dicembre 2012. La notizia – somministrata, a seconda dei casi, come curiosità scientifica, come minaccia o come strumento per truffe – risulta generata da una presunta profezia Maya.
Va ribadito che i Maya non concepivano la possibilità di predizioni o divinazioni secondo la nostra cultura e tradizione greco-romana, quali pre-determinazione di accadimenti futuri. Piuttosto essi ritenevano che gli eventi si ripresentassero periodicamente come manifestazione delle divinità alla cui cura gli eventi stessi erano affidati.
L’origine della profezia risale in realtà agli anni ’70 ed ha un padre ben preciso. Essa è dovuta ad uno dei più curiosi ed eclettici cultori di scienze alternative, Terence McKenna. Questi è stato un esploratore, sciamanista, cabalista e sperimentatore di droghe psichedeliche, come molti altri individui della sua epoca. Un uomo dalle molte facce, anche dal punto di vista scientifico. Nei suoi scritti, questo prolifico autore descrive le esperienze e visioni avute sotto l’uso delle droghe e la sua particolare interpretazione del mondo e della strada percorsa dalla civiltà moderna. Affine alle dottrine della new age, McKenna se ne discostava nettamente, preferendo e sollecitando la sperimentazione in prima persona per la verifica di messaggi culturali e dogmi di qualunque genere. Pur basandosi su antichi strumenti divinatori come la cabala ebraica e l’I Ching cinese, questo poliedrico personaggio non disdegnava l’uso di programmi di computer di sua creazione, anche basati su teorie matematiche come quella dei frattali. Da questo variegato e caotico potpourri di matematica, sciamanismo, visioni indotte da droghe, McKenna concluse che il numero e la velocità di cambiamenti, complessità e novità fossero aumentate enormemente negli ultimi anni e che la tendenza stesse crescendo verso la catastrofe. Descrivendo la sua teoria, TimeWave Zero (Onda temporale zero), McKenna affermava:
Terence McKenna (1946-2000)
da wikipedia

Siamo sull’orlo di possibilità che ci renderanno letteralmente irriconoscibili a noi stessi, e le possibilità saranno realizzate non nei prossimi mille anni ma nei prossimi venti, poiché l’accelerazione delle invenzioni, delle novità e del trasferimento di informazioni è ormai estremamente rapido.

Lo studioso postulò quindi che tutti questi cambiamenti avrebbero portato la razza umana ad un punto di discontinuità, un asintoto che avrebbe portato alla fine del mondo. Con il suo software, anch’esso chiamato TimeWave Zero, riuscì anche a calcolare l’accelerazione di questa complessità e a predire la data di questa singolarità: curiosamente la data calcolata fu proprio il 21 dicembre 2012.
Nelle sue parole, grande fu il suo stupore quando – nel corso di un viaggio in America centrale – lo scrittore statunitense giunse a contatto con la cultura Maya ed apprese che la data per la conclusione dell’attuale ciclo (quello del 12° baktun) era proprio quella del 21 dicembre 2012. Colpito da questo sincronismo cosmico, McKenna ipotizzò che i sacerdoti Maya – sotto l’effetto di droghe allucinogene – all'epoca da lui ritenute chiavi di porte per l’accesso alla vera conoscenza – avessero avuto percezione di un qualche cataclisma galattico che avrebbe avuto luogo nel 2012 ed avessero allineato il loro calendario di conseguenza.
I suoi detrattori ironizzarono che fosse stato piuttosto McKenna ad aver aggiustato la data della sua predizione per farla coincidere con quella dei Maya, facendo notare che il cataclisma maya avrebbe dovuto essere, all’occorrenza, di natura cosmica e non causato dall’uomo, come quello descritto in TimeWave Zero. I denigratori furono sconfitti: le teorie di McKenna si diffusero rapidamente e presero piede in molti circoli di cultura alternativa e undergound. Successivamente – con il supporto della “rete” – assunsero vita propria e un’amplificazione tale da far spesso dimenticare da dove nascevano e il loro stesso autore.
Le teorie di McKenna non hanno naturalmente alcun fondamento scientifico ma rappresentano un fenomeno interessante se considerato come originale sforzo per interpretare in chiave artistico/letteraria e ricondurre ad una concezione unitaria la complessità dei problemi del mondo odierno. A differenza di molti suoi emuli, McKenna era ritenuto in buona fede nel suo tentativo di conciliare le molteplici dottrine e interessi della sua poliedrica cultura. Sarebbe stato interessante conoscere il suo parere sul proliferare, in questi ultimi anni, di profezie e vaticini sulle prossime apocalissi, ma l’eclettico autore morì nel 2000 all’età di soli 54 anni.

Si ringrazia Francesco Fondi per le informazioni su McKenna

(4) continua

martedì 6 novembre 2012

In attesa dell'Apocalisse (3): L'astronomia dei Maya


Una pagina del codice di Dresda,
in cui si trova una gran parte delle
nostre conoscenze su astronomia
 e calendario Maya
Questo è il secondo post  su scienza, cultura e civiltà Maya, ospitato sul blog di scientificast.  Lo spunto per discutere di questa fenomenale quanto aliena (per noi) civiltà viene dall’imminente   21 dicembre 2012,  pur non essendo ovviamente la data della fine del mondo secondo i Maya.  La profezia non esiste, ma questo popolo ha molto da insegnarci sulla fine del mondo, avendo subito una serie di cataclismi nel corso della loro storia (qui il primo post). 

L’astronomia Maya
I Maya eccellevano nelle osservazioni astronomiche: i loro sacerdoti erano, infatti, in grado di misurare con estrema precisione la traiettoria dei corpi celesti e la durata dei loro spostamenti sulla volta celeste. Le accurate conoscenze matematiche (di cui abbiamo parlato qui) si svilupparono in parallelo con l’astronomia.
La maggior parte delle nostre informazioni sulle conoscenze astronomiche dei Maya proviene dagli unici  quattro codici superstiti  e fotografa le nozioni che avevano un paio di secoli prima della venuta degli spagnoli. Recenti ritrovamenti di pitture murali a Xultum, nell’attuale Guatemala, confermano che queste conoscenze erano già consolidate nel 9° secolo, durante il periodo classico.
Osservazioni astronomiche
I sacerdoti maya avevano un compito di formidabile difficoltà: per poter effettuare predizioni corrette dovevano mettere in relazione i cicli del sole e della luna con una comune scala temporale e con l’almanacco divinatorio di 260 giorni.  Per raggiungere questo scopo, effettuarono misure dei periodi orbitali della luna e dei pianeti di gran lunga più accurate di quelle dei contemporanei europei, riuscendo a raggiungere una precisione dello 0.001% (10-5). Per rendere l’idea, sarebbe come misurare l’altezza di un uomo con una accuratezza pari ad un decimo dello spessore di un capello. Questo ha fatto nascere le più fantastiche leggende circa il possesso, da parte dei Maya, delle più svariate tecnologie, riguardo presunte conoscenze misteriose e – immancabilmente – a proposito del coinvolgimento di civiltà aliene.

sabato 3 novembre 2012

In Attesa dell'Apocalisse (2): Mai più Maya, e-book gratuito su eBrooks

Qui il link  per scaricare gratuitamente il libro completo.

Recentemente si è riproposta con crescente insistenza l'idea di una catastrofica fine del mondo che sarebbe stata prevista secoli fa dai sacerdoti maya, La data è quella della fine del dodicesimo ciclo di circa 400 anni del loro calendario, stimata nel 21 dicembre del 2012.
Con l'approssimarsi di questa data, in collaborazione con eBrooks  si è deciso di rendere disponibile gratuitamente questo testo. eBrooks è un editore digitale che presta  particolare attenzione alla diffusione 'trasversale' nei vari e mutevoli mondi on-line. In Mai Più Maya si  ripercorre la reale storia dei Maya e l'origine della profezia a partire dalla loro matematica, astronomia ed il loro precisissimo calendario. Parte degli argomenti saranno anche ripresi ed affrontati su questo ed altri blog.
Nel corso dei vari decenni trascorsi dalla prima formulazione, comparsa negli anni '70 negli Stati Uniti  allora, la ‘profezia’ è stata riciclata più volte, stravolgendo non solo concetti e credenze del popolo dello Yucatán, ma anche l’originale enunciazione new age.
  Paradossalmente, la storia dei Maya racchiude ancora molti misteri non solo archeologici ed è ricca di vicende di rilevanza cruciale per il mondo di oggi. Dare ascolto alle profezie ed a cataclismi presunti non fa altro che distogliere l’attenzione dai reali eventi catastrofici che hanno caratterizzato la complessa storia di questo popolo e che possono riproporsi – con le dovute analogie e specificità - su scala mondiale anche al giorno d’oggi. Questo antico popolo è stato infatti soggetto alla maggior parte di quegli stessi eventi catastrofici che minacciano su scala planetaria – realmente o nell’immaginario collettivo - la nostra civiltà: siccità, cambiamenti climatici, sovrasfruttamento delle risorse, invasione dei conquistadores, epidemie... 
Illustrazioni di Shun Iwasawa
Se la loro civiltà soccombette, il popola maya riuscì  a sopravvivere a tutto questo e vivono ancora nello Yucatan. 

Al di là dell’interesse archeologico e sociale, l’importanza dei Maya non risiede dunque nella “profezia” o nella “non-profezia”, ma in come abbiano subìto, combattuto e superato una serie di terribili cataclismi.

Illustrazioni giapponesi

Mai più Maia si avvale delle illustrazioni di Shun Iwasawa, disegnatore ed esperto di computer grafica  in forza allo Studio Ghibli di Tokyo, dove ha collaborato alla realizzazione dei film più recenti (Ged, Ponyo, Arietty, Poppy hill). 

Pseudoscienze del nuovo millennio

L’unica catastrofe evitabile è quella dei comportamenti dell’uomo
Pur rappresentando un testo a sè stante, Mai più Maya è il primo capitolo di un libro sulle catastrofi reali e presunte che minacciano  l'uomo ed il nostro pianeta.   Nei prossimi anni potremmo trovarci a fronteggiare problemi di sopravvivenza. Differentemente dal passato, oggi in molti casi potremmo agire per tempo e ridurre le conseguenze. Purtroppo una cattiva divulgazione scientifica e la spettacolarizzazione di catastrofi e guerre ridicolizza e nasconde  i veri problemi. Il nostro pianeta è più esposto a potenziali devastazioni di quanto possiamo e vogliamo immaginare; la nostra specie lo è ancora di più. Se vogliamo sopravvivere come singoli e come specie umana dobbiamo comprendere i rischi che corriamo per affrontarli con raziocinio.

Come già accennato, il testo è scaricabile gratuitamente dal sito di eBrooks. E' disponibile in formato epub, kindle/mobi ed in pdf (ottimizzato per la stampa fronte/retro), senza DRM. Se vi piace il testo per favore diffondete il link alla pagina web, non il file. Ovviamente ogni commento, correzione, critica sono incoraggiati.
Buona lettura!